Vivere e lavorare in Canada grazie al Working Holiday.

Fate con me un piccolo sforzo, immaginate per un attimo di essere nei panni di un’altra persona.
State scendendo da una scaletta di un’aereo.
E non è la solita euforia del viaggiatore che vi accompagna ma la paura dell’ignoto.
Davanti a voi un piccolo aereoporto. Ve lo aspettavate più grande con volti sorridenti ed accoglienti. Tutto a portata di mano. E invece non è così.
In lontananza un’immensa catena montuosa.
Fa freddo e vi sentite tremendamente soli.
Davanti l’ignoto e indietro sapete che non si può tornare.

Ebbene quella ragazza ero io ed ero in Canada.

Non per un viaggio ma ero lì perchè volevo restare per i prossimi sei mesi delle mia vita.
La città era Vancouver le catene montuose le Rocky Mountain e ancora non sapevo che quella che era una cotta d’infanzia, nonostante il panico iniziale, sarebbe diventato un grande amore.
Un amore che dura ancora oggi.

Ma perchè tanta paura?

Voi forse non potete capire tutta questa paura ma un working holiday non è una vacanza. E non potete capire cosa voglia dire fare la fila all’ufficio di immigrazione per i visti e dietro i vetri vedere impiegati con facce scure e severe.

E certo vedere due ragazzi in un angolino che piangono disperati, cercando qualcosa dentro i loro zaini, di certo non mi aiutava.
Mi terrorizzava non poco fare quella fila, in mezzo a tante persone di nazionalità diversa che erano lì con dei visti di immigrazione.

Alcuni con asilo politico.
Ma sono stata contentissima nel vedere che dopo poche semplici domande la signora al box mi restituiva i documenti con un sorriso.
Ok penso, se volevate farci capire che qui le regole si rispettano lo avevo già intuito dalle guardie con la pistola elettrica.

Primi sguardi…

 

Alla fila per il bagaglio mi fermai e mi giardai attorno. Nell’aereoporto di Vancouver ci sono tanti piccoli ristoranti multietnici.

Sushi, cucina messicana, fast food, negozietti e una pizzeria. Ero consolata, mi dicevo, sento un po il sapore di casa. Ma niente. Il pizzaiolo era indiano.

E la pizza non era pizza.

Multiculturalità

Quei negozi però mi facevano capire che aria di multiculturalità stavo respirando e io mi sentivo un po’ cittadina del mondo.
Al centro della sala in alto spicca questa orca gigantesca e questa statua strana che sembra ricordare le primordiali opere dei nativi americani.
Ma la cosa che più mi sorprese erano i cartelli.
Erano in inglese, francese e giapponese.
E usciti dall’aereoporto una moltitudine di taxi, di persone che parlavano in lingue diverse e di luci. Era tutto incredibilmente diverso da come me lo aspettavo.
Avevo visto dei documentari sulla città. Ma forse a causa della fifa mi sembrava tutto incredibilmente “fuori luogo”.

Cosa mi aspettassi di vedere ancora non lo capisco.

Orsi che mi portavano i bagagli? Procioni che arrivavano saltellando con Candy Candy?
Tutto quello a cui pensavo e che sapevo era che sapevo dove dormire per il primi giorni e poi nulla. Inglese scolastico ma questi avevano una pronuncia lontana mille miglie da quella a cui ero abituata. Nessun contatto. Nessun lavoro.
Avrei dovuto iniziare da zero.
E una sola frase mi tornava a ripetizione nella mente in quei momenti “Che Cxxxxxa ho fatto!

Eccomi dunque a raccontarvi di quella che per me è stata un’esperienza straordinaria nonostante il suo inizio. Che porto tutt’ora nel cuore e che mi ha fatto capire…che si, un mondo migliore è possibile.
Facciamo dunque un passo indietro!

Come mai avevo fatto questa scelta?
Perchè proprio il Canada?

Pensandoci bene credo che la colpa di questa mia passione fosse in parte di quella canzone “Voglio una casetta piccolina in Canadà con tanti pesciolini tanti fiori di lillà!” e dei documentari di Piero Angela in cui si decantava la magica bellezza incontaminata di queste terre.
Sembrava una favola, e così anno dopo anno dentro di me quel seme d’acero germogliava e spesso andavo alla ricerca di questa terra meravigliosa.
Alla fine mi sono trovata in un sito.
Per l’esattezza il sito web dell’ambasciata canadese a Roma e si parlava di Working Holiday un permesso speciale che dà la possibilità di lavorare e viaggiare in Canada.
In quel periodo mi stavo laureando e nonostante lo stress degli esami non ho potuto fare a meno che indagare sempre di più. Cercando in rete esperienze, informazioni fino a quando in una sera come tante la mia mano ha spostato il cursore sulla domanda di partecipazione.
Poche cose da compilare, un piccolo bonifico da fare.
Mai mi sarei aspettata che a pochi giorni dalla laurea arrivasse una lettera dall’ufficio di immigrazione canadese.

“La vostra domanda è stata accettata!”

Wow. Rimasi immobile per circa un quarto d’ora con la busta in mano e poi iniziai a saltare, urlare e correre per casa avanti indietro. Era una mattina abbastanza calda e abitavo a Ravenna, dove frequentavo Beni Culturali. Guardavo fuori dalla finestra e mi sforzavo di immaginare cosa avrebbero visto i miei occhi là, in quel paese lontano.
Io che studiavo l’arte di tutto il mondo e di tutti i tempi sarei andata in un paese in cui la forma d’arte principale è quella di madre natura.
Fantasticavo ed ero in preda ad un misto di adrelina, paura ed euforia.

Possibile che stesse capitando proprio a me?

Guardando quella lettera, lo sento come stesse accandendo ora mentre scrivo, mi commossi profondamente all’idea che avrei fatto una cosa tanto grande.
Io ero orgogliosa di me stessa e del mio coraggio.
Mi ricordo che dopo averne parlato con il mio compagno dell’epoca ho chiamato i miei e gli ho raccontato il tutto.
Non mi credevano. Anzi se volete sorridere vi dico che non mi credettero neppure quando avevo il biglietto aereo in mano 🙂
Cioè vi rendete conto? Avevo il biglietto in mano e loro giravano il viso dall’altra parte dicendo che tanto alla fine non sarei mai partita!
Credo che per un genitore sia dura vedere il proprio figlio che dice “io vorrei tanto vivere lì”, “mi sembra di esserci nata anche se ancora non sono partita”.
Eppure lo sapevo che non sarebbe stato per sempre. Lo sapevo perchè le regole dei Working Holiday sono chiare, anzi chiarissime.

Alcune informazioni…

Devi avere una somma bancaria che ti permetta di vivere per un determinato periodo.

Devi già avere il biglietto di ritorno e per nessun motivo il periodo può essere prorogato
Nemmeno se trovi uno sponsor!
Che cos’è uno sponsor?
Lo sponsor è una persona che garantisce per te. Un datore di lavoro che dice che tu lavorerai per lui.
Non è facile da ottenere, anche perchè prima occorre un periodo, nel quale lo stesso lavoro viene pubblicato in una gazzetta. Se nessun canadese risponde allora il posto è vostro. E con esso il permesso di soggiorno.
Anche se avete uno sponsor dovete comunque lasciare il paese e farvi ritorno in seguito.

Dovete avere necesariamente l’assicurazione sanitaria.

Attualmente il periodo di permanenza è di 1 anno. Solo per sei mesi potete lavorare.

Ecco il sito per candidarsi

http://www.cic.gc.ca/english/work/iec/submit-profile.asp

Un sogno e un’avventura

Nonostante le difficoltà io avevo comunque nel cuore la speranza di una specie di terra promessa.
Ma come avrete capito non è andata così. Ho comunque vissuto un’esperienza che tutti secondo me, dovrebbero fare, almeno una volta nella vita.
Per crescere, per imparare a conoscere se stessi. Per diventare indipendenti.

Io per esempio avevo sopravvalutato me stessa, credendo che non avrei mai avuto momenti di crollo, ma non è stato così.

Perchè al primo impatto, scesa dall’aereo, per me che non avevo mai lasciato l’Europa, fu un colpo al cuore.
Mi sentivo in un mondo totalmente diverso dal mio.
Che non era cucito per me.

Io mi aspettavo euforia e invece in quel momento fu panico.

Questa senzazione però è durata pochissimo. Il tempo di una notte. 🙂

Un nuovo inizio a 8.991,09 km da casa

Ma volete sapere che cosa mi ha colpito di più al mio arrivo oltre le scritte in giapponese?
1. I ragazzi tedeschi che all’ufficio immigrazione si sono visti rispediti indietro perchè avevano perso la lettera di accesso.
2. La maestosità di Vancouver di notte. Una volta terminate tutte le pratiche abbiamo cercato un taxi e ci siamo diretti verso il centro di Vancouver. Alloggevamo in Robson Street, quindi centralissimo. Per arrivare si deve passare un ponte, e da questo ponte vedrete una vista meravigliosa. Soprattutto la sera. Luci scintillanti. Grattacieli che non avevo mai visto.
Avevo il cuore che batteva a mille e non ho foto di questo momento.
Perchè ci sono momenti che non hanno bisogno di foto.
Li abbiamo stampati nella mente, indelebili. Sono quelli che ci fanno grandi e che quando li rivivete, come per me in questo momento, vi riempiono il cuore di una gioia mista a melanconia e gli occhi di lacrime.
O forse sono io che sono una piagnona 🙂

Non immaginavo neppure le avventure che avrei avuto la fortuna di vivere e che voglio condividere con voi.
Voi avete vissuto un’esperienza simile? Avete fatto un working holiday?
Oppure state pensando di farlo?
Se è così chietemi pure quello che volete altrimenti condividete con me la vostra esperienza. Ne sarei felicissima.
Tornerò a scrivere del mio amato Canada quindi se volete rimanere informati mettete mi piace alla pagina facebook di Sano Bio Glutenfree e se volete iscrivetevi alla news letter.
Parlerò ancora di Vancouver, delle meravigliose passeggiate nel parco cittadino, dei musei, e delle città che ho visitato.
E ancora di come trovare casa e lavoro in quest perla del nord.

A cura di Laura Roselli


2 Comments
Claudia B. Voce del Verbo Partire

9 Gennaio 2017 @ 13:45

Reply

Quante emozioni Laura! Che insieme di sensazioni, profumi, colori. Ricordi che bucano il tempo.
Io mi tolgo sempre il cappello di fronte a chi, come te, ha il coraggio di fare esperienze così totalizzanti. Nonostante l’impatto iniziale, trovo che tu sia stata super coraggiosa e molto determinata; attimi di panico o sconforto sono normali, in fondo era vita vera, non solo un viaggio di piacere!
Ad un certo punto doveva capitare di sbattere contro la grandiosa realtà scelta come in sogno…ma che realtà!
Non vedo l’ora di leggere il resto e, se vorrai, l’invito per l’intervista è sempre valido 😉
Amo queste storie, vado fiera del coraggio di chi come te sa guardare oltre, lanciarsi…e mi piace raccontarle e diffonderle il più possibile!
Un abbraccio Laura, complimenti.
Claudia

Sano Bio e Gluten Free

9 Gennaio 2017 @ 14:38

Reply

Ciao Cla 🙂
Grazie per il bel commento! Sai cosa penso? Che tutti dovrebbero fare un’esperienza simile. Io ho deciso di raccontarla nel modo più sincero possibile. In questo modo magari chi farà questa esperienza, leggendo l’articolo, sarà pronto “all’onda d’urto”. Perchè credimi… tra il pensare di fare una cosa e il farla cambia tutto. Come per il blogging 🙂 Lo sai che sarà difficile, ma alle notte insonni, ai programmi che ti fanno impazzire e alle soddisfazioni che ne derivano non ci sei comunque preparata!
Intervista? Chiacchierata 🙂 e se si parla di Canada io son sempre pronta!!!
Complimenti per il tuo lavoro! 🙂

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